peruggine: (Ale + Efe)
[personal profile] peruggine
Buonasera, questo dannato racconto breve si sta protraendo oltre il dovuto, purtroppo questi due personaggi fanno parte di due saghe corpose e non riusciamo a creare una semplice one-shot dove scopano punto e basta, senza dar loro una storia sensata...
Sappiamo che la maggior parte di voi ci vuole bene per questo nostro attaccamento ai particolari, ma noi no! Non in questo momento! Abbiamo mille cose da fare e... vabbeh, miseria! In fondo vogliamo bene a Shane e Suncer!
E voi? Vi piacciono questi due omaccioni? :D

Buona lettura!

P.S.: come potete notare il racconto va avanti.... sigh!



NEVE – parte 3

Erano ormai trascorsi svariati mesi dal loro ritorno a Vaeqa e Shane decise di fare una cosa a cui stava pensando già da tempo. Senza dare spiegazioni a Suncer lo condusse in un luogo isolato, dietro le concerie, al lato esterno del canale che circoscriveva la città.

Un posto desolato, circondato da una vegetazione disordinata, alberi curvi e dal fogliame marrone e con un terreno brullo.

Suncer si guardò intorno e poi rivolse a Shane uno sguardo interrogativo.

Il Sacerdote si tolse la tunica rimanendo a petto nudo e cominciò a scaldarsi, a preparare i muscoli. Il suo compagno lo osservò per pochi secondi prima di capire e rivolgergli un ampio sorriso eccitato.

Entrambi erano guerrieri, ma non si erano mai messi reciprocamente alla prova. Dall'entusiasmo che mostrò Suncer per la prospettiva, il Sacerdote intuì che quello fosse stato anche un suo desiderio.

Si scontrarono, in un combattimento che non aveva nulla di amichevole. Dapprima si studiarono, analizzando i movimenti l'uno dell'altro, poi approcciarono un primo guardingo contatto e infine diedero fondo ad ogni energia. Shane rimase estremamente sorpreso quando si rese conto che non solo Suncer gli teneva testa, ma lo metteva decisamente in difficoltà. Colpi mirati ai suoi punti scoperti, finte, affondi, piroette e una precisione senza eguali nel cogliere ogni sua debolezza.

Shane l'Oscuro era stato per anni imbattuto, quasi una leggenda al Tempio del Vento, spietato e letale, senza eguali nella sua arte, ed ora ansimava tentando di difendersi dalla gragnola di pugni che gli pioveva dall'alto. Doveva in qualche modo controbattere, così decise di rischiare. Piegò le ginocchia, schivando i colpi, poi si gettò di lato e, facendo forza sulle braccia, fece un'ardita piroetta per poi sferzare con una ginocchiata il fianco scoperto dell'altro. La manovra riuscì, nonostante Suncer tentasse di intercettare la sua gamba sollevata, ma le dita dell'avversario lo afferrarono comunque alla cintola ed entrambi, travolti dalla spinta e dal loro stesso peso, rotolarono a terra avvinghiati.

Si ritrovarono distesi, abbracciati e senza fiato. Gli occhi di entrambi luminosi di eccitazione, il sangue che scorreva furioso nelle loro vene e i cuori che martellavano nei petti quasi all'unisono. L'odore del sudore, l'adrenalina. Shane non seppe cosa successe davvero. L'unica cosa di cui si rese conto fu che, tra la polvere e le erbacce, aveva afferrato Suncer ai capelli e lo aveva baciato.

Labbra contro labbra e i loro respiri concitati che si fondevano. Avvertiva la pesantezza di quel corpo muscoloso premuto sul suo, Poteva essere un momento perfetto. Poteva essere il sollievo dopo anni di sofferenze, eppure qualcosa andò storto.

Suncer si staccò bruscamente da lui, rimettendosi in piedi. Lo sguardo che prima era stato illuminato da una gioia quasi infantile ora era diventato esterrefatto e non nel senso buono del termine.

Shane si puntellò sui gomiti e si passò il dorso della mano sulle labbra. Sangue e saliva. Sfuggì lo sguardo dell'altro mentre si alzava lentamente. Indolenzito come non mai, ma ciò che faceva davvero male era il suo cuore.

«Perché?» chiese il suo compagno.

Il Sacerdote si spazzolò i pantaloni e controllò il brutto livido che si stava formando all'altezza del costato. Già, perché? Lo aveva baciato spinto dall'istinto? Dall'eccitazione del momento? Dal bisogno di una vita? Motivazioni tutte presenti in egual misura in quel tocco rubato e furente e, quindi, cosa rispondere?

«Shane?»

L'urgenza nella voce dell'altro lo fece quasi sussultare. «Perdonami.» mormorò. Poi si decise a ricambiare lo sguardo, ma sapeva di aver già eretto il suo muro protettivo. «L'ho fatto senza pensare.»

Suncer sgranò i suoi occhi nocciola, in quella luminosità polverosa sembravano quasi dorati. «Uomo io e uomo tu!» obiettò.

Shane si accigliò. «Sì, e dunque?»

«No buono...» L'altro si masticò il labbro inferiore, gli occhi che vagavano a destra e sinistra in cerca di parole che non aveva. «No giusto!» concluse.

«No, certo. Non avrei dovuto farlo. Avrei prima dovuto chiedere a te.»

«No!» esclamò l'uomo, sempre più agitato. «Cioè sì, ma io non donna!»

«Lo so benissimo che non sei una donna.» La conversazione cominciava a farsi strana. Shane andò a recuperare la sua casacca e se la buttò sulla spalla.

Lo lasciò indietro, incamminandosi verso la città. Solo scuse frettolose e nulla più. Come al solito non era in grado di dare molto alle persone a cui teneva.

Quella sera Suncer non rientrò nemmeno a casa, ma Shane non lo trovò strano né si preoccupò, considerando che ormai si trovavano in città da parecchi mesi e l'uomo ormai sapeva come muoversi. Così cenò da solo, lesse alcuni documenti che gli avevano consegnato quella mattina al Tempio, poi si spogliò e si infilò a letto.

Non riuscì a prendere sonno immediatamente. Si sentiva in colpa nei confronti di Suncer, ma riflettendoci a freddo, pensò che l'uomo l'aveva presa davvero male per un semplice bacio. Diamine, non gli aveva nemmeno infilato la lingua in bocca! Balzò in piedi pochi minuti dopo, cercando i vestiti e poi si precipitò in strada.

Aveva già una mezza idea di dove cercarlo. Ultimamente avevano frequentato una vecchia locanda non troppo lontano dall'abitazione del Sacerdote.

“La Lampada Viola” era aperta, ovviamente. Il grande portone di legno spalancato in quelle tiepide serate di inizio estate, nel buio della strada gettava una luce rosata e ombre in movimento che sembravano quasi danzare. Shane si avvicinò e sbirciò all'interno. Aveva indossato il suo mantello marrone da viaggio, lasciando in disparte quello blu del Tempio, ma già sapeva che, a causa della sua corporatura, quel piccolo accorgimento non sarebbe bastato a tenerlo al riparo dagli sguardi incuriositi degli avventori, come del resto non era mai successo le volte che vi si era recato con Suncer.

Quello non era il genere di locale per Sacerdoti.

Non lo vide subito, poi notò la lunga coda bionda sull'ampia schiena, il sorriso malizioso sul profilo illuminato da una delle lampade del bancone e l'oggetto a cui era rivolto quel sorriso: una bella moretta dalle curve morbide.

Era quello dunque il problema? A Suncer piacevano le donne e non gli uomini? Shane premette duramente le labbra le une sulle altre. Sarebbe stato sufficiente che Suncer glielo avesse detto invece di apparire tanto sconvolto, al punto da non rientrare nemmeno a casa.

Andarsene o restare? Si rese conto di essere a tal punto irritato quando si avvide che aveva già varcato l'ingresso e si stava dirigendo verso l'altro.

Gli sedette accanto, alzando una mano verso l'oste indaffarato. Quando l'ometto magrolino che stava pulendo il bancone lo notò lanciò via lo straccio e si precipitò da lui. «Nobile Sacerdote, cosa posso portarvi?»

«Una birra rossa.» ordinò, voce quieta, osservando con la coda dell'occhio Suncer voltarsi con sorpresa nella sua direzione.

«Shane!» disse. La brunetta dietro di lui si protese a lanciargli una lunga occhiata languida. Scollatura generosa e labbra rosse di belletto. Una prostituta.

«Tutto questo solo per un bacio mi sembra un po' eccessivo.» Non riuscì ad impedirsi di pronunciare quella frase.

Suncer si accigliò e per tutta risposta trasse a sé la donna. «No normale.»

Lei gli infilò una mano sotto il gilet, già parzialmente sbottonato e, improvvisamente, in maniera quasi sconvolgente, Shane si scoprì geloso.

La cosa gli inaridì la bocca e gli fece provare un senso di gelo alla base dello stomaco. Dunque era arrivato fino a quel livello? La sua birra fu servita in un grosso boccale di ceramica, l'afferrò e ne trasse un sorso copioso. Il gusto amarognolo andò a mitigare quel vago senso di nausea che provava. «Non si ripeterà.» mormorò, con voce quasi strozzata.

«Potete unirvi a noi, nobile Sacerdote.» propose d'improvviso la prostituta, con un sorrisetto allusivo. Suncer emise un suono quasi gracchiante a quella proposta.

Shane le rivolse un'occhiata appena. «Non gradisco le donne, spiacente.» Un altro sorso, un rivolo di birra gli scivolò sul mento.

«Peccato.» mormorò lei, tornando a coccolarsi il suo attuale cliente.

«Non piacere donne?» domandò a quel punto Suncer. «Solo uomini?»

Il suo tono turbato fece voltare Shane, anche se si era ripromesso di non farlo. «Solo uomini.» replicò seccamente. Scolò ciò che restava della bevanda e si alzò in piedi abbracciando l'intero locale con lo sguardo; quando notò ciò che cercava sollevò il mento quasi in sfida e si avviò verso il ragazzo seduto sul bordo del camino spento, consapevole degli occhi di Suncer fissi su di lui.

Il giovane indossava una blusa di lino sottilissimo che lasciava intravedere il suo busto snello e dei pantaloni attillati sulle gambe. Aveva il naso storto sulla punta e un mento spigoloso, ma bei riccioli rossi e occhi verdi luminosi, quando alzò il viso notandolo, le sue pupille si dilatarono per la sorpresa e fece subito un profondo inchino nella sua direzione.

Shane sentì qualcuno borbottare alle spalle, presumibilmente il precedente cliente. Ma nessuna puttana avrebbe mai rifiutato un Sacerdote.

«In cosa posso esservi utile, mio nobile signore?» chiese il ragazzo, aprendo un lieve sorriso, mostrando bei denti seducenti.

Shane non rispose, allungò la mano verso di lui. Mano che fu prontamente raccolta. Il giovane lo condusse verso la porta sul retro. Shane non fece cenno, lo seguì. Certo di avere l'attenzione di Suncer ancora su di sé.


* * *


Si era trattato comunque di quel sesso privo di sapore che ormai consumava da anni. Uno sfogo, un coito pigro, con la testa seppellita tra lenzuola polverose e gambe sottili avvolte attorno ai suoi fianchi. Il ragazzo aveva ansimato, si era dimenato sotto di lui, lo aveva lusingato e si era offerto di succhiarlo anche dopo il primo orgasmo. Shane aveva accettato il panno umido per pulirsi alla meno peggio e poi lo aveva pagato. Niente fellatio, non solo non ne aveva sentito il bisogno, ma gli era sembrata persino un'idea sgradevole.

Quel giovane grazioso, dalle anche sottili e le braccia ossute, non era ciò che cercava, ormai era evidente. Peccato che colui che desiderava non provava i medesimi sentimenti!

Di pessimo umore uscì dalla porta posteriore e si avviò verso casa, convinto di non trovarvi nessuno all'arrivo. Invece Suncer era lì, ad attenderlo. Seduto su una sedia, al buio quasi totale, ad eccezione di una delle lampade ad olio sopra la mensola. Nella semioscurità appariva ancora più massiccio e minaccioso.

«Ho domandato.» esordì. «Qui tutti con tutti. Nelle mie terre no. Non va bene.»

Shane sospirò, togliendosi il mantello e gettandolo sopra una sedia. «Non siamo sulle tue terre.»

«Già.» confermò amaramente l'altro, tanto che il Sacerdote si sentì quasi in colpa per il proprio commento acido.

«Senti, mi spiace, non ti bacerò mai più se questo può rassicurarti.»

Suncer alzò il viso, ma la sua espressione era indecifrabile tra quelle ombre dense.

Shane attese per qualche istante parole che non vennero, a quel punto andò verso la propria stanza e chiuse la porta, con l'idea di chiudere anche la faccenda in maniera definitiva.

Sarebbe stato più difficile di quanto aveva voluto far credere a Suncer, enormemente più difficile se la semplice idea che l'uomo andasse a letto con una prostituta lo disturbava a tal punto. Forse sarebbe arrivato ad essere persino doloroso, ma ci avrebbe fatto l'abitudine.



* * *



All'inizio dell'estate Shane e Suncer si erano recati nuovamente sulle montagne, ritornando sullo stesso posto dove Shane aveva trovato l'uomo agonizzante e mezzo assiderato. Durante il viaggio Suncer gli aveva infine spiegato con maggior dovizia di particolari del luogo da dove proveniva e del ruolo che ricopriva nella società.

In perenne guerra con gli Yava, una tribù piuttosto bellicosa con cui si contendevano le poche risorse idriche di un vasto territorio arido e inospitale. Lui era una specie di guardiano e soldato che difendeva la gente da eventuali assalti e, al tempo stesso vigilava ed esplorava i territori. Le città erano per lo più agglomerati mobili, che si spostavano all'occorrenza, a parte alcuni grossi centri, considerati i nuclei di riferimento. In uno di essi si trovava la sua casa anche se, in effetti, vi stazionava ben pochi giorni all'anno. Aveva lasciato degli amici, anche se di sicuro non intimi, visto il poco tempo che passava con loro, e alcuni conoscenti da cui soleva andare nei periodi in cui non era in servizio. Ma non c'era una famiglia che lo aspettava, solo doveri per i quali aveva l'obbligo di tornare: aveva giurato di proteggere la sua gente.

Shane comprendeva assai bene quel tipo di obbligo, perché la sua situazione era molto simile, se si escludevano amici e conoscenti che lui non aveva, per questo gli aveva assicurato che avrebbe fatto il possibile per aiutarlo a ritrovare la via di casa.

Avevano battuto con cura tutto il territorio e si erano spinti ancora più a nord, incontrando pareti rocciose che svettavano fino al cielo, strade scavate dal vento che conducevano a giganteschi ghiacciai, strapiombi che precipitavano in un vuoto nero, da cui spirava il sospiro gelido dell'eternità. Le montagne attorno a loro, spoglie e fredde, li accolsero tra lance bianche di sole e piogge ghiacciate, ululando e vibrando attorno a loro, ma senza indicargli alcuna via.

Quando il tempo cominciò irrimediabilmente a deteriorare e l'autunno maturo a palesarsi con giornate brevi e colori caldi, Shane e Suncer furono costretti ad ammettere il fallimento e a riprendere il cammino per far ritorno a Vaeqa.

«Ehi.» iniziò Suncer, mentre percorrevano un sentiero tra abeti rossi. «Ci fermiamo a quella piccola città? Quella con le piccole terme. Sì?»

«Altaroccia intendi?» Shane ci pensò su. Non era molto contento di tornare nel luogo dove si trovavano quei due Sacerdoti che lo avevano riconosciuto come l'Oscuro. In particolare non ora che Suncer era in grado di comprendere piuttosto bene una conversazione. Tuttavia il borgo era per strada e non c'era motivo per rifiutarsi. Annuì, accelerando il passo per nascondere il broncio che sentiva avergli arricciato le labbra.

Neanche a farlo apposta raggiunsero Altaroccia poco prima del tramonto e nuovamente le guardie al cancello aprirono riconoscendo in lui un Sacerdote del Vento. Ad accoglierli giunse Sterys e non dissimulò certamente la sorpresa.

«Sacerdote.» Fece un gesto di saluto col capo verso Shane e lo stesso lo rivolse poi a Suncer, anche se le sue sopracciglia fremettero leggermente di perplessità.

«Sacerdote.» rispose freddamente Shane. «Possiamo avere ospitalità anche questa volta? Ripartiremo domani.»

«Nuove perlustrazioni?» domandò l'uomo con la chioma rossa.

«Già, ci siamo spinti molto vicino ai Confini questa volta.»

«Nuovi incontri coi briganti?» insistette l'altro, puntando i suoi occhi verdi su Suncer.

«Fortunatamente no.»

Sterys si sforzò di sorridere. «In ogni caso siamo lieti di ospitarvi. Faccio chiamare un servo che si occupi delle vostre esigenze.»

«Ti ringrazio.» Shane non gli staccò gli occhi di dosso e fu terribilmente grato a Suncer per non aver aperto bocca.

Quella sera non ci sarebbe stata alcuna scusa valida per evitare la cena insieme a Sterys e Arlow.


* * *


«Dobbiamo scusarci per la scarsa raffinatezza dei piatti. Ma a queste altezze abbiamo poche verdure e la carne è tendenzialmente dura.» disse Arlow appena sedettero attorno al grosso tavolo di faggio laccato. «In compenso abbiamo dei formaggi estremamente saporiti.»

Tutto era stato apparecchiato con semplicità, ma piatti e posate erano comunque in argento e bronzo e il tovagliato di lino lavorato.

«Abbiamo mangiato per giorni pane ammollato nell'acqua e carne essiccata. Sarà una cena eccellente.» commentò Shane, con cortesia priva di alcun tipo di tonalità. Aveva l'intenzione di concludere quella serata il prima possibile.

«Allora, voi sappiamo bene chi siete, ma il vostro accompagnatore?»

«Il suo nome è Suncer, viene dalla città di Ziryo.»

«Oh, è per questo che è così abbronzato?» ridacchiò Sterys.

Suncer gli rivolse un sorrisino.

«Un Sacerdote delle Arti Difensive?» chiese a quel punto Arlow, con piglio decisamente molto più incuriosito.

«Già.» mentì Shane, domandandosi se fosse la mossa giusta. Di sicuro non avrebbe detto loro che proveniva da fuori dei Confini, ma in qualche modo doveva giustificare la sua stazza da guerriero.

«Molto interessante, non ne abbiamo mai incontrato uno, da quando hanno chiuso i Giochi degli Otto Templi.» Sterys sembrò particolarmente affascinato.

«Parlate poco, nobile Sacerdote.» domandò invece Arlow, diretto a Suncer.

Anche in quel caso l'uomo sorrise, ma senza rispondere.

«Ha un problema alla gola.» mentì di nuovo Shane.

«Oh.» Arlow sembrò deluso, così come il suo Compagno. «E come comunicate?»

«In vari modi. Comunque comprende benissimo ciò che dite.»

«Naturalmente.»

«Anche lui è un Senza-Compagno?» La domanda uscì repentina come una stilettata. Shane incassò apparentemente senza battere ciglio.

«Sì, e il Tempio di Ziryo lo ha mandato per fare indagini sui Confini settentrionali, a scopo puramente conoscitivo.»

«Lodevole.» annuì mellifluo Arlow.

«Vero! Non tutti i Templi darebbero compiti così importanti ad un Senza-Compagno.» insistette Sterys. «A meno che questi non abbiamo nomi ingombranti come il vostro, Shane.»

«Importanti! Il mio Compagno voleva dire importanti!» Arlow fece quella correzione con una risatina imbarazzata.

La prima pietanza fu servita, una zuppa di legumi in crosta di pane, ottimo profumo. Shane l'avrebbe anche potuta apprezzare se non avesse avuto lo stomaco aggrovigliato. «Non ho un nome importante. Non più. E poi sono passati oltre quindici anni dagli ultimi Giochi.»

«Ma non si tratta solo dei Giochi, anche se la fama del vincitore non sbiadisce neanche dopo quindici anni.» insistette Sterys.

«I Giochi non esistono più, perciò neppure i loro cosiddetti onori.»

«Capisco benissimo la vostra ritrosia, Shane, credetemi. Del resto quegli “onori” vi sono costati cari.»

Shane bloccò il cucchiaio col primo boccone a mezz'aria. «Preferirei non parlarne.» Cercò di mantenere un tono neutro, ma vide entrambi i commensali dalla parte opposta del tavolo trasalire alla sua occhiata. Fu tentato di guardare Suncer, ma si frenò e terminò il movimento del braccio, fino a portare alla bocca la zuppa.

«Ovvio, ovvio. Mi scuso.» disse Sterys.

Da quel momento la conversazione divenne blanda e superficiale. I due Sacerdoti impiccioni tentarono di spillare qualche informazione sul commensale muto, ma Shane spiegò che non aveva indagato nel privato, a parte la sua specializzazione come battitore e perlustratore. La cosa si concluse con un dolce di formaggio di capra, miele e castagne candite. Dolce e pastoso che tuttavia non riuscì a mandar via l'amarezza di Shane.

Se ne andarono dal Palazzo del Governo che ormai le stelle brillavano numerose nel cielo sgombro della notte. Il fiato si condensava in nuvolette opache. Suncer si strinse addosso il mantello emettendo un basso brontolio, infine si accostò a Shane e lo afferrò ad un braccio, iniziando a trascinarlo in una direzione diversa da quella dei loro alloggi.

«Dove stai andando?» chiese Shane, che tuttavia desiderava solo chiudersi nella sua stanza e terminare definitivamente quella giornata.

«Non lo immagini, Sacerdote?»

Non lo immaginava, ma lo capì appena vide la recinzione di siepi.

Le terme a quell'ora? Sarebbero state vuote, dunque, perché no?

Furono costretti a lasciare gli abiti all'esterno, appesi ad una delle panche laterali, perché gli spogliatoi erano chiusi a chiave.

Si tuffarono di fretta nella acque calde, avvolti e carezzati dal vapore e dal silenzio.

Suncer si immerse fino al collo con un rumoroso sospiro di piacere. «Amo questo. Sul serio!»

«Lo credo bene.» mormorò Shane, imitandolo e chiudendo gli occhi, sentendosi già di umore migliore. Come si poteva vivere in un mondo senza terme?

«Cosa vuol dire “oscuro”?» chiese all'improvviso l'altro.

Shane aprì gli occhi di scatto.

«Ho detto male? O...scurio forse?» insistette il compagno, in seguito al suo silenzio.

«No, era corretto.»

«Brutta cosa, eh?» la voce di Suncer si fece più scherzosa.

«Dipende dai punti di vista.» Shane strinse le labbra. «Per un periodo è stata una bella cosa, mi ha aiutato a tenere lontano il dolore.» Sentì un sorriso amaro farsi strada sulla sua bocca, come una crepa che si riapriva dopo essere stata a lungo nascosta. «Avevo tredici anni, ero solo un adepto e ho inavvertitamente ucciso il mio Compagno di allora.»

«Ucciso?» Suncer si mise seduto in maniera composta dopo quell'affermazione, più attento.

Shane fece un blando segno con la testa. «È stato un incidente. Alla fine il Tempio ha riconosciuto una non intenzionalità, di fatto però cominciai ad essere evitato dai miei amici e persino alcuni istruttori iniziarono a trattarmi con freddezza o disprezzo.» Riportare a galla il passato, di nuovo, anche se era trascorso ormai molto tempo, gli fece capire che le cose non erano cambiate, che il cuore continuava ad accartocciarsi. Non c'era più nemmeno Acris, l'unico sostegno in tanti anni di solitudine. «Mi chiamavano Shane l'Oscuro. Ero solo un ragazzino, non sopportavo tutto quel peso, soprattutto non sopportavo il senso di colpa. Kai era morto a causa mia. Per cui iniziai a non parlare più con nessuno, a stare per conto mio e a dedicarmi esclusivamente ad allenarmi.»

«Per questo tu così bravo?» chiese sottovoce Suncer.

«Per questo il migliore.»

«E hai vinto i Giochi?»

«Ho vinto i Giochi e ho chiesto la mia ricompensa.»

«Cosa?»

«Un nuovo Compagno. Così è arrivato Acris.»

«Chi è Acris? Dove è?» Ma prima che Shane potesse rispondergli Suncer emise un basso gemito. «Lui morto, vero?»

Anche in questo caso il Sacerdote si limitò ad annuire.

Il suo compagno digrignò i denti e pronunciò una parola nella sua lingua. Il sono così aspro fece capire persino a Shane che si trattava di un'imprecazione.

«Mi spiace.»

«Colpa mia, anche in questo caso. Non sono stato abbastanza forte. Troppo presuntuoso, quello sì.» Ricordava così bene il corpo ancora caldo di Acris tra le sue braccia, il dardo che gli aveva trapassato il petto, ad altezza precisa del cuore. Quanto sangue su di lui. Il sangue del suo Compagno. Del suo migliore amico. Strinse i pugni sotto l'acqua, così forte da sentire le dita formicolare.

Altre dita le raggiunsero, le sfiorarono con tocco delicato e le costrinsero a sciogliere quella presa furiosa. Shane alzò lo sguardo sorpreso. Il vapore gli faceva pizzicare gli occhi, le sue ciglia si erano imperlate di goccioline. O forse non era il vapore.

Vedeva a malapena il viso di Suncer nell'oscurità, unica luce presente la lampada che avevano condotto con loro per percorrere la strada di ritorno. Scorse le labbra piene piegarsi in un sorriso triste. «Forse tu non abbastanza Oscuro, perché ancora senti dolore.»

Avrebbe voluto ricambiare quel sorriso, ma non ci riuscì, chinò il capo, piegandosi ancora una volta al suo passato di sangue.

Suncer lo abbracciò. Un impeto rude dal principio, sollevò uno spruzzo d'acqua che gli ricadde sui loro visi. Lacrime su lacrime. Le sue braccia muscolose lo strinsero, con forza e poi più dolcemente. Shane trattenne il respiro. Rigido, come se volesse fuggire, la gola chiusa e il cuore che si agitava follemente. Eppure aveva bisogno di quell'abbraccio. Ne aveva avuto bisogno fin dal principio. Poggiò la fronte contro la spalla dell'amico, si morse le labbra, lasciando scivolare via quella sofferenza liquida dalle sue guance, nel più completo silenzio.

Le dita di Suncer risalirono lentamente il suo polso, il braccio, toccarono la spalla, sfiorarono il collo e piano la mascella. Un pollice raggiunse le sue labbra sigillate dal dolore e le carezzò, facendole dischiudere.

Shane non riuscì a comprendere da subito. Sopraffatto da emozioni che aveva per anni cacciato in profondità si sentiva parzialmente stordito. Quella debolezza a cui si era abbandonato era difficile da combattere, il suo spirito stanco aveva infine ceduto e non sapeva più se lo strazio che sentiva internamente lo stesse uccidendo o lo stesse aiutando a sentirsi meglio. Quasi come se non fosse più in grado di collegare se stesso alla realtà sollevò confuso il volto, quel tocco così intimo pizzicava qualche nervo scoperto, ma non fu sufficiente a fargli capire fino in fondo cosa sarebbe successo.

Il pollice del compagno si insinuò lievemente, carezzando l'interno umido e infine, con una leggera spinta dell'indice sotto il suo mento, la bocca di Shane si trovò in collisione con quella di Suncer.

Un bacio. Un tocco bagnato, così dolce da far sciogliere anche il cuore più duro.

I loro respiri furono risucchiati via e per un istante, un singolo, incredibile istante, non esistette più nulla.
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